«Scrivere? Vuol dire annotare qualcosa dell’inconcepibile universo»

“Leggendo oggi Maria Messina possiamo ritrovare un appiglio forte. Attraverso la voce dei suoi racconti che risuona nella nostra epoca si può tentare di proseguire un discorso, non lasciandosi sconvolgere dal naufragio e dal senso di spaesamento. Immergersi nelle sue opere vuol dire osservare la realtà che ci circonda con uno sguardo che va oltre la catastrofe che si presenta in superficie, che non si accontenta e che vuole dirci che se siamo spaesati è perché stiamo confinando la nostra visuale a un orizzonte eccessivamente ristretto, che non ci permette di accorgerci che, nel frattempo, il territorio si è espanso e non attende altro che essere percorso”.

Alberto Giordani racconta così il suo impatto con le opere della Messina. Alla ricerca di nuovi approdi letterari, ma soprattutto umani. Lo scorso 30 settembre presso la sede del Circolo Unione di Mistretta, infatti, si è tenuta la XIII edizione del Premio dedicato alla grande scrittrice siciliana. Alberto Giordani, scrittore, regista ed attore veneto che vive e lavora a Parigi, ha avuto per l’opera Passaggi (ed. Mimesis) il massimo riconoscimento della Giuria. Tra i protagonisti dell’edizione di quest’anno il maestro Maurizio Diliberto premiato per le arti visive, e la musicista Oriana Civile per la sezione dedicata alle scienze etno - antropologiche. Scrittore attore e regista Alberto Giordani, ha lasciato presto il Veneto per andare oltre, per provare a comprendere il flusso di un mondo in perenne divenire, che lui osserva anche disposto, come spiega nell’intervista a fare “un’autopsia a corpo vivo”, volendo essere compartecipe di una condizione esistenziale segnata dalle contraddizioni che caratterizzano le nuove “solitudine” della società digitale.

La Giuria del Premio Maria Messina ha premiato Passaggi (ed. Mimesis) opera che testimonia il suo amore per il frammento e il racconto breve. Si ha la sensazione che lo scrittore sia alla ricerca di un percorso di senso nella post modernità lacerata da contraddizioni, da paure crescenti, soprattutto segnata dalle tante fragilità che tutti ogni giorno sperimentiamo. Si tratta di un’interpretazione corretta?

Credo che oggi più che mai la ricerca del senso sia quella che caratterizza la vita di ogni essere pensante. Ma tale senso, perso il suo carattere assoluto, si può ritrovare esclusivamente in una commistione. Da qui nasce la “necessità” dello scrivere frammentario, che esprime la cifra della stessa ricerca. Nel momento in cui ognuno tenta di trovare risposte, fondamentale è cercare le domande migliori.

Quali domande alimentano la sua narrazione?

Sono domande che assumono le sembianze della folgorazione, del desiderio. Desiderio talmente ampio che, come scriveva Rilke, si finisce per non attenderne più l’adempimento. E’ questa la dimensione in cui cerco di inserire i miei personaggi: il momento folgorante in cui la domanda coglie. La risposta mi interessa meno, in effetti; tanto che l’idea stessa di “passaggio” è quella di accompagnare qualcuno che, appena conosciuto (in quell’attimo folgorante che si pone come verticalità dello spirito), subito si abbandona.

Ha abbandonato la dolce “culla” dei Colli Euganei e del Veneto, sue terre di origine molto presto per approdare a Parigi, che è divenuta la patria dell’anima, un “luogo del cuore”. Cosa vuol dire abitare in una grande dimensione metropolitana, epicentro di un’Europa che vive una fase di profonda crisi del suo percorso di sviluppo?

Mi è capitato di scrivere, durante la grande manifestazione dell’11 gennaio 2015 seguita ai primi attacchi terroristici a Charlie Hebdo: “Varie volte ho provato il rimpianto per non aver vissuto in certi luoghi in determinate epoche. Ora so che sono nel posto giusto al momento giusto. Qui si fa la storia”. Credo che la sensazione non sia cambiata. La possibilità di essere esposto a sensazioni, timori, sguardi e dubbi ha senz’altro condizionato il mio percorso di scrittore, se non altro per il bisogno di far fronte e di interrogarmi su tutto quanto sta accadendo. Ancora una volta la mia impressione è che non sia necessario costruirsi solide certezze, ma coltivare con acribia la propria insicurezza.

Cosa diresti ai tanti giovani, spesso trascurati dal dibattito pubblico a tutti i livelli, che vogliono costruire un progetto di vita ambizioso magari coltivando la scrittura?

Riguardo ai giovani mi piacerebbe creare, usando lo strumento della scrittura, una sorta di grande affresco della situazione che vivono. In una recente conferenza Umberto Galimberti sottolineava come la mia sia in qualche modo l’ultima generazione – che ancora ha la possibilità di vivere sulle spalle di quella precedente. Ecco, la sensazione è che si stia creando un enorme cimitero che, invece di seppellire il non-più, lambisce gli scheletri del non-ancora. Come se il terrore e il sospetto fossero le uniche possibilità di rapportarsi con gli altri. Nei miei Passaggi, ma in generale in quello che scrivo, il tentativo è proprio quello di scardinare questa sensazione, di porre la relazione come unica possibilità di uscita, il confronto come ricerca, la crisi come opportunità. Dico provocatoriamente: odio la gente e amo le persone. Diventare una persona questa è forse l’unica alternativa solida all’indistinto bisogno di diventare qualcuno (scopri tutti i particolari sul settimanale 100Nove Press in edicola o nell’area abbonati).

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