Cocaina, sniffati nuovi traffici

Cocaina. Gira in panetti, in bustine di plastica, oppure avvolta nella carta, come le caramelle. Importazioni senza limite, in Sicilia e in Calabria, ma soltanto per limitarci a due regioni vicine. Non arriva più dalla Colombia di Pablo Escobar, quando mai. Certo, viene spedita dal sud America, ma dall’Argentina. Non è facile stabilire il numero di chi la usa. E sì, perché non è che uno scende per strada col registratore e intervista un gruppo di persone pronte a confessare che “tirano” cocaina. Dietro c’è un lavoro investigativo di mesi e mesi, forse di qualche anno. Alla fine, gli investigatori scrivono una cifra approssimativa di consumatori. Ma hanno una certezza: l’Argentina è il Paese latino americano che più di ogni altro fornice cocaina all’Europa.

E certo. Dopo la morte di Pablo Escobar, ex re della “coca”, i flussi della droga colombiana verso l’Europa diminuiscono parecchio. A giudicare dalle statistiche messe su da polizia, carabinieri e guardia di finanza, il calo è davvero notevole. Insomma, il declino che si registra è del 90 per cento. Proprio così, perché l’ex trafficante numero 1 nel mondo è senza “eredi”. E a quanto si sa, i figli di Escobar non hanno niente a che fare con quel “business” mondiale, col quale don Pablo aveva accumulato miliardi di dollari. Per dare un’idea degli introiti, diciamo che il boss della cocaina aveva in casa opere dei più grandi pittori contemporanei, da Salvatore Dalì a Fernando Botero. Ma soltanto per citare alcuni nomi, attenzione. Nel corso di un’intervista a un giornalista, il figlio di Escobar, Juan Pablo, chiarisce un particolare sino a poco tempo fa avvolto dal mistero. In sostanza, dice che nel dicembre del 1993 suo padre non muore durante un conflitto a fuoco con la polizia, quando mai. Mio padre non è stato ucciso. Si è suicidato con un colpo di pistola alla testa per non finire in carcere, spiega il figlio di Escobar. Intanto, i vertici della Dea, che è l’antidroga degli Stati Uniti, lanciano l’allarme, mentre negli uffici investigativi di mezza l’Europa si fanno sempre gli stessi nomi. Si parla di 'ndranghetisti e di “famiglie mafiose di Palermo e provincia, tutti al centro di affari d’oro. Si parla, per esempio, del calabrese Nicola Assisi, latitante da diversi anni, oppure del cinquantaduenne Rocco Barbaro, arrestato lo scorso maggio a Platì, che trafficava enormi quantità di cocaina tra la Calabria e la Lombardia.

Un mese prima, il giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria aveva firmato ben 19 ordinanze di custodia cautelare per altrettanti personaggi già in carcere, perché ritenuti ‘ndranghetisti. Tra loro ci sono i fratelli Michele e Giuseppe Bellocco, di Reggio, e Rosario Arcuri, di Rosarno, legato alla cosca camorrista di Maria Rosaria Campagna. Proprio così, una donna. Ma non una qualsiasi, attenzione. La polizia dice che si tratta della “moglie” del boss catanese Turi Cappello, in carcere da diversi anni e nemico numero uno della cosca di Salvatore Pillera, detto “Turi cachiti”. I giovani sanno dei poco misfatti compiuti dalla criminalità organizzata catanese. Si tratta di personaggi che, tra Catania e provincia, hanno firmato le storie più sanguinarie degli ultimi trent’anni. E alla base degli scontri tra clan c’è sempre la droga. Ma torniamo al traffico di cocaina per ricordare che l’approdo calabrese preferito dai trafficanti argentini è il porto di Gioia Tauro, dove, dicono gli investigatori dell’antidroga, nel 2016 sono stati sequestrati oltre 1.500 chili di coca, mentre negli ultimi due mesi nelle mani degli  investigatori sono già finiti 127 chili di “polvere bianca”. Da Gioia Tauro a Palermo, dove il controllo del traffico della cocaina è nelle mani della vecchia famiglia mafiosa degli Inzerillo. Già, proprio quella che un tempo era sotto il comando di Totuccio Inzerillo, il potente boss della borgata Uditore-Passo di Rigano, ammazzato dai “corleonesi” di Totò Riina e Bernardo Provenzano l’11 maggio del 1982, a colpi di mitra Kalashnikov.

Ora, polizia e carabinieri spiegano che da un paio d’anni la “polvere bianca” invade i locali notturni della Sicilia nord occidentale. Insomma, da Palermo a Trapani, ma anche quelli di Bagheria, dove in numerose intercettazioni telefoniche sarebbero finiti i nomi di alcuni giovani pusher palermitani. Sarebbero gli spacciatori che gravitavano nelle vicinanze di locali aperti sino a notte. Il costo è accessibile. I consumatori sono a decine, soprattutto tra i giovani, che ricavano un’illusoria sensazione di benessere, di eccitazione. E a capo degli spacciatori di coca ci sarebbe Nicolò Testa, boss della famiglia mafiosa di Bagheria, che, in carcere dal 2015, continua a gestire il business milionario. Ma i tempi mutano, si sa. I traffici camminano di pari passo con l’evoluzione. I vecchi cronisti ricordano che sono davvero lontani gli anni in cui le famiglie mafiose palermitane raffinavano l’eroina nei “laboratori” della città, oppure in periferia, e la spedivano negli Stati Uniti. E qui, attraverso alcune insospettabili pizzerie, l’eroina invadeva diversi Stati del Nord America, soprattutto New York. Poi, dagli Usa arrivavano valigie cariche di dollari. Lo scopre la Dea, che battezza l’indagine “Pizza connection”. Una combinazione tra mafia americana e siciliana. Un ruolo di primo piano ce là nientemeno che don Tano Badalamenti, il boss di Cinisi, scappato negli States per sottrarsi alle lupare dei “corleonesi”. Adesso il business è invertito. Palermo riceve la coca dall’Argentina e spedisce valigie piene di contante. Le pagine di cronaca ricordano che, negli anni Ottanta del secolo scorso, nel capoluogo dell’Isola vengono scoperte due raffinerie di eroina. Un’altra a metà strada tra Palermo e l'aeroporto di Punta Raisi (oggi Falcone e Borsellino).

Titoloni a 9 e a 6 colonne danno le notizie che in questo “laboratorio” lavora un chimico molto richiesto nel giro della droga. E’ Francesco Marino Mannoia, di Bagheria, classe 1958, detto “mozzarella”, finito in carcere il 21 gennaio del 1985, proprio nella sua città. Tre anni dopo decide di collaborare con la giustizia e racconta una ventina di anni di guerra di mafia e di traffici. Con la giustizia collabora da appena un mese, quando la mafia passa alla “vendetta trasversale”. Insomma, per farlo tacere gli lancia un messaggio inequivocabile. A Bagheria gli uccidono la madre, la sorella e una zia. E’ il 23 novembre del 1988. L’agguato con fucili e pistole scatta di sera, in via Vallone De Spuches, mentre le tre donne si trovano in macchina, sotto casa. Le vittime sono Leonarda Casentino, la figlia Vincenza Marino Mannoia e Lucia Casentino.

Francesco Marino Mannoia è un chimico corteggiato dalla mafia, perché è capace di trasformare la morfina base in eroina pura al 98 per cento. Negli ultimi anni di libertà è legato al clan dei corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano. Quando si decide di “cantare” accusa capimafia e gregari, protagonisti di una carneficina. Nel mucchio delle vittime c’è pure suo fratello, Agostino. Sono gli anni in cui i due uomini della droga che curano gl'interessi di Cosa nostra in Sicilia sono i boss palermitani Gerlando Alberti, detto "u paccarè", e Pietro Vernengo. E’ nella raffineria gestita da Alberti, nel quartiere “Guadagna”, che nell'estate del 1981 la polizia scopre due chili di eroina purissima e diversi macchinari sofisticati, utilizzati per la preparazione della morfina base. Ed è seguendo gli spostamenti di Vernengo che gli investigatori della Mobile scovano una raffineria di eroina nella zona di via Messina Marine. E’ il 1979, invece, quando la polizia palermitana scopre un "ponte" Italia-Usa. Partendo dai legami tra Cosa nostra americana e mafia di Palermo, Boris Giuliano, capo della Squadra mobile, arriva a inserire i pezzi mancanti nel grande mosaico sul traffico di droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Nel febbraio del 1990, dopo le rivelazioni del pentito palermitano Joseph Cuffaro, scatta un mega blitz, denominato "Seaport", organizzato tra la Sicilia e gli Usa. Quattordici gli ordini di cattura emessi dai magistrati palermitani. Secondo l'accusa, i trafficanti di droga gestiscono un vasto traffico tra Palermo e gli Stati Uniti, con l'aiuto del gruppo colombiano del cartello di Medellin, che ha già spedito in Europa un carico di seicento chili di cocaina.

Tradotti in cifre significa miliardi di dollari finiti nelle casse di boss e gregari di Cosa nostra. Trent’otto anni dopo il business della droga non accenna a calare. Anzi. L’unica variante è che non parte più dalla Sicilia.

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