Regionali Sicilia, corsa a cinque per la presidenza

La Sicilia come laboratorio? Semmai metafora di Sciasciana memoria: manifestazione, confusa e felice, di una politica alla disperata ricerca
di un elettorato e, soprattutto, in parte pronta a cambiare fronte per seguire il carro del vincitore. L’Isola sarà chiamata al voto il prossimo 5 novembre e una delle poche cose davvero certe è che in pochi potrebbero recarsi alle urne.

Secondo l’ultimo sondaggio pre elettorale realizzato dall’istituto Demopolis al 20 di ottobre solo il 52% aveva deciso di andare a votare e di questi solo il 61% sapeva che scelte fare. Dati statistici che devono tenere conto di un altro valore rilevato dallo stesso istituto: il 24% degli intervistati, al 29 di ottobre, non aveva nemmeno idea che si terranno le elezioni regionali. Quindi, fino a pochi giorni fa, l’impegno diretto dei “grandi nomi” di partito, da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo è stato quello di arringare le folle, scaldare gli animi tentare di riempire le piazze e trasmettere un messaggio oggi essenziale al pubblico di casa: andare alle urne senza se e senza ma. Un’incertezza quella costituita dalla robusta fetta di indecisi e disinteressati al voto che comunque aggiunge sale sulla ferita di quello che è uno dei problemi già noti di questa campagna elettorale: la riduzione da 90 a 70 dei posti disponibili a Sala d’Ercole e, quindi, minor spazio a disposizione. Una “Termopili” che si è cercato di superare con un massiccio investimento in liste e listine, ma, soprattutto, con i posti riservati nel listino dei candidati presidente Fabrizio Micari e Nello Musumeci, con quest’ultimo costretto a tentare all’alba della presentazione delle liste di spegnere gli incendi nati in casa Forza Italia dopo l’esclusione dai posti “riservati” dell’ex quasi candidato Gaetano Armao e il mancato inserimento di almeno un candidato espressione dei Forzisti della provincia di Agrigento.

All’ombra dei templi è stato costretto a correre il commissario regionale Gianfranco Micciché che, per nome di Musumeci, ha garantito un assessore “girgentano”. Sarà. Di certo Berlusconi, quantomeno in una prima fase, sembrava più interessato a rafforzare il proprio partito in Sicilia che sostenere il parlamentare della commissione Antimafia. E non è l’unico, non solo in quello schieramento. Così nella difficoltà complessiva di recuperare spazio per i programmi e le proposte (sarebbe sbagliato dire che non vi siano a prescindere), unico terreno di scontro è stato quello degli “impresentabili”, siano essi presunti o accertati, con il reciproco tentativo di delegittimazione da un lato all’altro dell’arco elettorale che sul terreno ha lasciato quasi unicamente macerie. In un grande quadro di reciproco avvelenamento, e con i collegi di Palermo, Catania e Messina che oggi sembrano ricollocarsi in modo quasi equilibristico tra i vari candidati, spunta l’ipotesi “transumanza”,
già concretizzabile da subito con il voto disgiunto: voti che da Micari o Musumeci potrebbero transitare dall’uno all’altro candidato così come, dopo eletti, passare da un lato all’altro di Sala d’Ercole dove, oggi, con “appena” 36 deputati si può avere una maggioranza forse abbastanza solida per governare. Fronde di centristi di tradizione lombardo-cuffariana e oggi sotto altre bandiere sarebbero pronti all’ammutinamento, così come ampie fette del centrodestra, che formalmente sostengono Micari ma che, fin da subito, avevano storto il naso per l’ipotesi della candidatura di un uomo che non era stato accolto con particolare calore. Alternativa Popolare e Alfano, tuttavia, in Sicilia si giocano la sopravvivenza nazionale di quello che fino a qualche mese fa era Ncd. Sa benissimo il ministro dell’Interno che una sconfitta a casa sua non sarebbe tollerata dai detrattori. Certo è che il grande scontento di queste elezioni è e resta Rosario Crocetta: per lui non una candidatura da Governatore e nemmeno una lista in cui inserirsi, insieme all’uscente assessore ai Beni Culturali Aurora Notarianni dopo il pasticciaccio di Messina che, dicono persone vicine all’ex presidente, a pochi è sembrato un vero errore. Così non gli è rimasto altro che ritagliarsi un ruolo che già ricopre Totò Cuffaro: il membro del club degli ex, lì con il ditino a dire cosa hanno fatto loro e cosa non faranno gli altri.

Cinque in totale i candidati alla presidenza della Regione, che noi riportiamo in ordine alfabetico: Giancarlo Cancelleri, sostenuto dal Movimento 5 stelle; Claudio Fava, sostenuto da “Claudio Fava presidente – Cento Passi per la Sicilia”, ed è appoggiato da Articolo 1-Mdp, Sinistra Italiana e Possibile e Verdi; Roberto La Rosa, candidato di “Siciliani Liberi”; Fabrizio Micari, sostenuto da Pd, Alternativa popolare, Sicilia Futura e “Micari Presidente”; Nello Musumeci, sostenuto da Forza Italia, Noi con Salvini, Fratelli d’Italia, Udc, e dalle liste “Popolari e Autonomisti” e #diventeràbellissima”. Sono 4 milioni 681 mila 634 gli elettori chiamati il 5 novembre in Sicilia ad eleggere il presidente della Regione e i componenti dell’Assemblea regionale siciliana che da quest’anno e per effetto dell’applicazione della legge tagliadeputati
del 2011 e della successiva legge costituzionale 2 del 2013 passano da 90 a 70 parlamentari.

Si vota nella sola giornata di domenica 5 novembre dalle 8 alle 22, mentre le operazioni di spoglio avranno inizio lunedì 6 novembre a partire dalle 8 nelle 5.304 sezioni elettorali allestite nell’Isola. Su 70 seggi disponibili all’Assemblea regionale, uno spetta di diritto al presidente della Regione eletto, uno al candidato alla Presidenza arrivato secondo, altri 62, invece, saranno assegnati con il sistema proporzionale (finora sono stati 80) e ripartiti tra le liste che superano la soglia di sbarramento del 5%, su base regionale, nei collegi provinciali. I restanti 6 seggi potranno essere ripartiti: su collegio unico regionale, qualora la coalizione vincente abbia ottenuto nei collegi provinciali un numero di eletti pari a 42; oppure attingendo dal cosiddetto listino del Presidente (composto da 7 candidati, incluso il candidato presidente) in numero pari alla quota necessaria a consentire alla coalizione di avere la maggioranza all’Ars (ossia 42 deputati).

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