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Università nella top3

Nell’annuale rapporto del Center for World University Rankings, l’istituto che analizza la qualità dell’insegnamento delle migliori mille università su scala mondiale, l’ateneo di Messina si è collocato al posto 758. Un risultato visto di buon occhio dal Rettore dell’Università Pietro Navarra, che ha espresso la sua soddisfazione per la permanenza nella “top 3%”.

La classifica tiene conto di alcuni indicatori sulla base dei quali è assegnato un punteggio a ciascuna università, tra cui: i premi conquistati dagli studenti, il livello di impegno ottenuto dai laureati, la preparazione dei docenti, le loro pubblicazioni, le ricerche apparse su riviste specialistiche. Eppure, nonostante il gradimento degli ambienti universitari per questa valutazione, è doveroso menzionare che rispetto al 2016 l’Università di Messina ha perso 25 posizioni e che emerge una condizione dell’istruzione universitaria comunque complicata che necessita di interventi adeguati.

Un primo aspetto significativo che riflette lo stato di difficoltà è dato dai numeri riguardanti le iscrizioni ai corsi di laurea. Dal 2011, infatti, si è registrata una diminuzione degli iscritti ai corsi triennali del 26% e degli immatricolati del 20%. Un dato che sottolinea come sempre più giovani scelgono di studiare in altre università italiane o che decidono di continuare gli studi altrove. Ciò si ripercuote inevitabilmente sulla qualità dell’occupazione cittadina e provinciale, considerato che sempre meno ragazzi istruiti e qualificati rimangono sul territorio per applicare le proprie conoscenze e sfruttare le loro qualifiche. Se il trend calante di iscrizioni e immatricolazioni dovesse proseguire potrebbe finire per incidere anche sulle risorse che l’università impiega per le offerte formative che mette a disposizione degli studenti. Un ulteriore dato che indica lo stato di salute dell’università riguarda il livello della ricerca e le risorse investite. Dal bilancio previsto nel 2016 si indica come sono stati destinati poco più di 99mila euro per diritti di brevetto e di utilizzazione di opere di ingegno, mentre per il triennio 2017-2019 il budget per gli investimenti alla medesima voce è di 24mila euro per ciascun anno.

Tuttavia, per le missioni in Ricerca e Sviluppo in previsione per il 2017 l’università ha stanziato almeno 70milioni. Una cifra che però appare inferiore alla luce del bilancio unico del 2016, quando è stato fatto registrare un investimento per un totale di 90milioni. A ciò si aggiungono dei problemi strutturali derivati da una cattiva gestione politica a livello regionale non sempre all’altezza. Limiti che impediscono l’effettivo
espletarsi del diritto allo studio degli studenti. Basti pensare che il 42% degli iscritti nel 2016 è residente al di fuori dalla provincia di Messina e gli scarsi collegamenti, l’inadeguatezza dei trasporti e i costi sono in molti casi un disagio quotidiano per essi. Oppure, la mancata erogazione delle borse di studio agli idonei e beneficiari che comporta la necessità per molte famiglie di sobbarcarsi un costo più alto rispetto alle proprie possibilità. O, ancora, l’insufficienza di alloggi per i richiedenti. Senza dimenticare gli episodi giudiziari e di corruzione di cui l’università è stata protagonista negli ultimi anni che hanno contribuito a minare l’immagine e la credibilità dell’istituzione. Elementi che tutti insieme restituiscono un quadro ben più articolato delle sole statistiche e che sottolinea ancora una volta l’importanza di investire sull’istruzione come primo fattore per far ripartire questa provincia e questa regione.

 

 

Antonio Musco

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